p 484 .

  21  .  Le  ragioni  politico-sociali   del  successo  del  programma
giobertiano.
  
  Da:   V.  Lo  Curto-M.  Themelly,  Gli  scrittori  cattolici   dalla
Restaurazione all'Unit, Laterza, Bari, 1976.
  
     
         Come   ci  espongono  gli  storici  Vito  Lo  Curto  e  Mario
         Themelly,  il  Primato  morale e  civile  degli  Italiani  di
         Vincenzo  Gioberti,  pubblicato a Bruxelles  nel  1843,  ebbe
         subito  un  enorme successo; il progetto giobertiano,  bench
         fondato  su argomentazioni storiche e filosofiche non  sempre
         corrette,  suscit un dibattito assai vasto e  caratterizzato
         sia  da  entusiastiche adesioni che da accese polemiche,  che
         spinsero  il Gioberti ad attenuare certe posizioni,  come  la
         provinciale    esaltazione    del    primato    italiano    e
         l'incondizionata  fiducia  nel papato.  Un  primo  importante
         chiarimento  venne espresso nel saggio intitolato Prolegomeni
         del "Primato",
         
         p 485 .
         
         pubblicato  a Bruxelles nel 1845 in occasione di una  seconda
         edizione del Primato. Dalle affermazioni di Gioberti  risulta
         chiaro  che  la  principale  ragione  del  successo  del  suo
         progetto   non   va   ricercata  nella  soluzione   politico-
         istituzionale  proposta - una poco probabile  federazione  di
         prncipi  italiani con a capo il pontefice -,  ma  nella  sua
         capacit  di  mobilitare  le  classi  medie,  in  quanto  non
         prevedeva n guerre, n sovvertimento dell'ordine sociale.
     
Le  millecinquecento  copie della prima edizione  del  Primato  furono
esaurite nel giro di poche settimane: il favore del pubblico  fu  vivo
soprattutto  nell'Italia meridionale. In tutto il paese le personalit
pi  rappresentative del liberalismo espressero, con varia  gradazione
d'entusiasmo,  il loro consenso. [...] Ma il libro suscit  anche  una
fitta  bordata di confutazioni: fu attaccato a sinistra  da  tutta  la
democrazia, a destra dai Gesuiti. Le accuse che pi toccarono Gioberti
furono  quelle  che  indicavano  nel  Primato  un'opera  clericale   e
reazionaria,  ma  la  condanna dei Gesuiti gli rivel  che  l'autorit
ecclesiastica aveva respinto le sue tesi.
     Per  chiarire le proprie posizioni, per intervenire nel dibattito
che  aveva  suscitato, Gioberti volle corredare  la  seconda  edizione
dell'opera,  che  l'editore Cline di Bruxelles si preparava  a  porre
sotto  i  torchi, d'una Introduzione. Ma una vulcanica vena dilat  le
dimensioni  della  progettata  Avvertenza:  vennero  fuori   cos   le
cinquecentocinquantanove  pagine di un nuovo  libro  che,  stampato  a
parte  nel 1845, prese il titolo di Prolegomeni del "Primato". Con  un
discorso  ininterrotto, raziocinante, lucidissimo,  senza  stacchi  n
capitoli,  Gioberti,  costretto a venire allo  scoperto,  chiar  agli
altri, forse a se stesso, quel che era rimasto implicito od oscuro nel
suo pensiero. I Prolegomeni sono da una parte l'autogiustificazione di
Gioberti innanzi alle accuse di clericalismo, dall'altra una rettifica
di  posizioni di fronte all'attacco dei Gesuiti. [...] Gioberti  stese
la  mano  ai  cattolici avanzati, rassicur i liberali:  rispose  alle
obiezioni,   svilupp  quel  che  nel  Primato  era  stato   a   volte
ambiguamente accennato, distinse il fondamentale dall'accessorio:  nei
Prolegomeni  il  programma politico di Gioberti  appare  in  una  luce
diversa.  Rettific la rotta, assest il movimento cattolico liberale,
del  quale  Balbo  lo  aveva riconosciuto "capo", su  posizioni  tanto
avanzate  quanto  riteneva che la situazione storica  consentisse.  Si
distacc dalle sinistre rivoluzionarie prendendo lo spunto dal recente
sacrificio  dei  Bandiera, confut l'"utopismo" dei mazziniani,  [...]
prese   le   distanze  dalla  democrazia  laica,  ma   insieme   ruppe
clamorosamente con la Destra cattolica, con la Compagnia di  Ges.  Il
Cattolicesimo  liberale di Gioberti assunse cos la fisionomia  di  un
movimento   pi  o  meno  moderatamente  progressista  e  riformatore:
"l'Italia  - si legge nelle prime pagine dei Prolegomeni -  non  vuole
distruggere gli ordini presenti ma solo migliorarli radicalmente".
     In  sostanza, confermando integralmente l'impianto dottrinale del
Primato, propose una lettura pi attenta e pi scaltra della sua opera
[...]. Quelle che potevano sembrare le strutture politiche del Primato
(papa,   principe  secolare)  si  rivelano  espedienti   sperimentali,
accessori,  rinunciabili: saranno liquidati dalla lotta  politica  del
'48-'49  ma sono gi posti in subordine nel '45: essenziale  solo  la
lega,  la  confederazione, primo passo possibile e realizzabile  verso
l'"unit nazionale". Ma l'equilibrio della confederazione non  pogger
n  sul  pontefice, n sui prncipi, n sul clero: "il genio mediatore
della confederazione [sar] l'opinione pubblica [...] che oggi   vera
regina  degli  Stati e signora del mondo. Chi crede il  contrario  non
conosce  la  natura  degli  uomini in genere,  n  quella  dell'Italia
odierna   e  del  secolo  corrente  in  specie".  Con  questo  appello
all'opinione  pubblica  il tema del Primato viene  portato  avanti  e,
rompendo  il  bozzolo ieratico nel quale era avvolto,  si  rivela  nel
"medio  ceto",  nella borghesia, "saviezza" e "fiore"  delle  nazioni,
l'autentico protagonista della politica di Gioberti.
     Il  ceto  medio  non  eccelle soltanto per operosit,  ricchezza,
ingegno, esso , per Gioberti, "l'ordine dialettico dei cittadini", il
"ceto  dialettico". Ci non significa soltanto che la borghesia    la
naturale depositaria della filosofia politica della mediazione  (della
conciliazione  degli  opposti,  della  moderazione,  del  compromesso,
dell'uso dei "mezzi prudenti"), ma
     
     p 486 .
     
     anche che essa  "ceto universale", onnicomprensiva, capace  cio
di  assorbire e plasmare sul proprio modello gli opposti  estremi  del
patriziato  e  della  plebe.  E,  quella  di  Gioberti,  una   visione
promozionale  della societ nella quale si annulla il conflitto  delle
classi e l'egemonia borghese si fonde col populismo:
     "Dove  la  civilt  maggiore, questo ceto, oltre all'essere  pi
numeroso,    altres pi comprensivo, e fino ad  un  certo  segno  si
mescola  cogli estremi; cosicch i confini, che partono dai  grandi  e
dalla  plebe,  sono incerti e perplessi, non precisi  e  taglienti.  E
siccome tali confini vanno sfumando vie meglio di giorno in giorno,  e
il  mezzo,  dotato di grande virt espansiva, aspira,  dilatandosi,  a
comprender gli estremi,  prevedibile un giorno, in cui il trapasso da
un  termine  all'altro si far gradatamente e senza  salto  di  sorta.
[...]  Il  ceto medio diverr in qualche modo il ceto unico, assoluto,
universale,  e  la  societ  tutta quanta,  compenetrata  dalle  dolci
influenze  dell'armonia, non pi rotta e sparpagliata dalle  divisioni
ingiuste e arbitrarie, quieter lieta e concorde nel mezzo dialettico.
L'universalit del ceto medio si pu dunque considerare  come  l'apice
dell'incivilimento; e il predominio attuale di tal classe nelle  parti
pi  gentili di Europa  quasi un augurio della futura cittadinanza  e
dello stato definitivo dell'umana famiglia".
     Mentre  i  reazionari  francesi della  Restaurazione  -  sognando
l'Ancien  Rgime - rappresentavano la borghesia come  una  classe  che
aveva conquistato il proprio egoistico privilegio opprimendo le plebi,
Gioberti  mostra  invece  come la borghesia  sia  "classe  dilatabile"
capace di assorbire progressivamente le moltitudini subalterne.  Anche
di   queste  mette  in  luce  la  virtuale  positivit,  il   decisivo
contributo. La borghesia pi che una classe rappresenta una  forma  di
cultura,  la  "sovranit dell'ingegno", ma questo  "perlopi  sorge  e
alligna  spontaneamente nel popolo, che  quasi la miniera in  cui  si
occultano  grezzi  e  rozzi  i  preziosi tesori;  [...]  l'ingegno  si
nasconde  in quella massa indigesta che plebe si appella. La  plebe  
come il repositorio universale delle sociali potenze destinate di mano
in  mano ad attuarsi, e quasi il chilo di cui si nutrica e risanguigna
continuamente la classe media dei cittadini".
     Minori   simpatie  lascia  intravvedere  quando  rappresenta   il
patriziato,  ma  anche  questo, nel suo disegno,  "dee  diventar  ceto
medio:  l'unione  del  patriziato col ceto  intermedio  dei  cittadini
rappresenta   l'avviamento  concorde  dei  due   ordini   affratellati
nell'unit  del  laicato civile verso la redenzione patria".  Gioberti
ripensa  dunque la storia d'Italia anche come storia di gruppi sociali
(patriziato,   borghesia,  plebe)  visti  nella  loro   dialettica   e
rappresentati  in  uno  sforzo di conciliazione  intorno  agli  ideali
nazionali  e  religiosi. Il guelfismo non  pi considerato  come  nel
Primato "dottrina nazionale degli italiani", ma ne vengono indicati  i
limiti  e  viene proposta una formula mediatrice che superi l'antitesi
storica  ghibellino-guelfa  integrando  le  unilateralit  dei  grandi
opposti  modelli,  Alfieri e Manzoni: "dico che  non  bisogna  seguire
l'Alfieri  senza  il  Manzoni, n Manzoni senza  l'Alfieri".  Solo  il
fascio  di  tutte  le forze vive nel paese intorno al dialettico  ceto
borghese  potr  portare  allo "sterminio dell'intrusione  barbarica",
alla "riconquista della libert e dell'indipendenza".
     In  questo  quadro un rilievo particolare  dato all'opera  degli
intellettuali: Gioberti  il primo tra gli scrittori politici italiani
a  tracciare un programma di politica culturale, "polizia dottrinaria"
com'egli  dice.  Della  necessit di  ordinare  la  pubblica  opinione
"determinando  il  modo della sua manifestazione ed  imprimendovi  una
forma  stabile" aveva discorso nel Primato, ma nel quadro generale  di
quell'opera  l'organizzazione degli intellettuali  era  affidata  alla
direzione del clero. Nei Prolegomeni il compito spetta alla borghesia:
ci  non  significa che l'influenza religiosa diventi  pi  lieve.  Il
modello  dell'intellettuale  per Gioberti lo "scrittore  dialettico",
cio  il seguace e il continuatore della sua filosofia, il cui compito
consiste nel "riflettere nel proprio spirto le vicende dialetticali  e
passare per i due momenti successivi della mischia ostile dei contrari
e del loro amichevole componimento". Egli deve "abbracciare con alto e
difficile  magistero"  un gran numero di idee  e  forze  contrastanti.
Anche il linguaggio dell'intellettuale
     
     p 487 .
     
     dialettico dovr strutturarsi secondo i principi della  negazione
e  della  mediazione e quindi assumere un movimento nuovo  e  diverso.
[...]
     Passando  dalle osservazioni sul linguaggio ad altre pi generali
e  politiche,  si dovr notare che entro le formule "dialettiche"  che
celebrano la "maestria comprensiva"  racchiusa in nuce [ in sintesi],
nel  bene  e nel male, tanta parte della storia della classe dirigente
moderata italiana [...]. Si rivela, per, anche quella che fu la forza
effettiva  di  quel movimento, l'esigenza che fu per  la  prima  volta
giobertiana di aderire alla realt del paese impegnato in un complesso
processo  di  trasformazione, di accogliere  e  rappresentare  con  la
maggiore  ampiezza  e articolazione possibili le  aspirazioni  di  una
societ  in movimento, senza trascurare, come amava ripetere,  nessuna
idea  valida,  nessuna forza effettiva. Quello che  Gioberti  chiamava
mediazione dialettica era lo sforzo di stabilire un rapporto  organico
con  gli  interessi  profondi delle classi  e  dei  gruppi  emergenti.
Privilegi  la  borghesia perch scorse in quella una  forza  egemone.
Nella  volont  di radicare il programma politico nelle aspirazioni  e
negli   interessi  di  larghi  strati  sociali  [...]  si  coglie   il
preannuncio  della  politica cavouriana e si  motiva  storicamente  la
prevalenza   dell'organico  blocco  borghese  liberale  moderato   nei
confronti dei gruppi democratici e radicali.
